Pass-ta-key: i tre attacchi che minano la sincronizzazione delle passkey su Google Password Manager
Scopri i tre attacchi Pass-ta-key che minano la sincronizzazione delle passkey su Google Password Manager sfruttando falle nei processi di sicurezza.
Immagine illustrativa generata con AI
Il 3 agosto 2026 i ricercatori di Palo Alto Networks Unit 42 hanno reso pubblica una serie di tre attacchi — Pass-ta-key, Silver Pass-ta-key e Golden Pass-ta-key — che consentono a malware già in esecuzione su un dispositivo Windows di abusare delle passkey sincronizzate tramite Google Password Manager. Nessuna delle tecniche rompe la crittografia delle passkey; sfruttano invece debolezze nei processi di fiducia, registrazione e recupero del cloud authenticator di Google. La gravità è alta e culmina con Golden Pass-ta-key, capace di rubare in modo permanente la chiave master che cifra tutte le passkey sincronizzate.
Pass-ta-key: autenticazione senza verifica utente sfruttando il TPM
Il primo attacco non richiede privilegi elevati. Il malware utilizza la chiave d’identità del dispositivo, protetta da TPM, per far sì che Chrome firmi una richiesta di autenticazione senza alcuna interazione dell’utente. Il cloud authenticator di Google considera valida la risposta perché proviene da un computer fidato, ma la verifica del flag User Verified è demandata al servizio di destinazione. Se quest’ultimo non controlla il flag, l’attaccante ottiene accesso come se avesse usato PIN o biometria.
eBay non validava il flag ed è risultato vulnerabile (poi corretto). GitHub, al contrario, già effettuava il controllo e non è stato esposto. La falla dimostra che la sicurezza delle passkey dipende in parte dal rigore con cui ogni servizio applica lo standard.
Silver Pass-ta-key: registrazione di una chiave di verifica sotto il controllo dell’attaccante
Silver Pass-ta-key interviene durante la ri-registrazione del dispositivo su Chrome. Il malware inietta una chiave di verifica utente generata dall’attaccante. Il cloud authenticator non verifica che la nuova chiave provenga effettivamente da hardware fidato e la accetta. Da quel momento l’attaccante può autenticarsi da un sistema remoto, producendo una prova di verifica utente apparentemente legittima anche per i servizi che richiedono PIN o biometria.
L’attacco scavalca così le protezioni forti lato client, sfruttando un processo di recovery privo di adeguati controlli di provenienza.
Golden Pass-ta-key: furto della security domain secret e compromissione irreversibile
È l’attacco più critico. La security domain secret (SDS) è la chiave master che cifra tutte le passkey sincronizzate. Inizialmente i ricercatori l’hanno trovata esposta nei log FIDO interni di Chrome; dopo la segnalazione, Google ha rimosso tali log. Tuttavia la chiave rimane temporaneamente nella memoria del processo del browser durante le operazioni di registrazione o recupero.
Un malware può forzare una ri-registrazione e catturare la SDS in memoria. Una volta in possesso della chiave, l’attaccante decritta tutte le passkey sincronizzate (presenti e future) e ne estrae le chiavi private, ottenendo un furto d’identità permanente. Non esiste meccanismo di rotazione della SDS: la compromissione sopravvive alla rimozione del malware.
Cosa è stato corretto e cosa resta da fare
Google ha rimosso la SDS dai log FIDO, ma non ha comunicato ulteriori contromisure per proteggere la chiave in memoria al momento della pubblicazione della ricerca. eBay ha corretto la mancata validazione del flag User Verified. Per i servizi web, la mitigazione principale resta quella di richiedere e verificare rigorosamente il flag User Verified durante l’autenticazione passkey. I gestori di credenziali lato client dovrebbero:
- validare che le chiavi di verifica utente registrate provengano da hardware fidato;
- rafforzare i processi di ri-registrazione e recovery;
- impedire che la SDS sia accessibile nella memoria del browser.
La ricerca di Unit 42 conferma che le passkey offrono una protezione sostanzialmente superiore alle password, ma non eliminano i rischi posti da codice malevolo già in esecuzione sul dispositivo. Perderle di vista in un contesto di compromissione attiva significa concedere credenziali permanenti a un avversario.
Fonti
Questo articolo è una rielaborazione originale basata sulle fonti seguenti.




